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  Edizione 2007  
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Vignerons d'Europe
 
  Carlo Petrini a
Vignerons d'Europe
 
 
  Giancarlo Gariglio
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  Carlo Petrini a Vignerons d'Europe, discorso alla sessione di apertura

Non vi nascondo la mia soddisfazione e la mia gioia nel vedere un'assise così importante, per un incontro che è destinato a entrare nella storia dell'enologia europea. È la prima volta che piccoli produttori d'Europa si trovano a discutere sulle tematiche poste dall'Ue, che riguardano l'organizzazione del mercato e le regole da istituire. In questa sede vogliamo dare voce a quella parte di produttori vitivinicoli che rappresentano la storia dei territori, la memoria, la forza e la qualità del vino, e cioè a coloro che producono su piccola e media scala, che si trovano in una situazione di difficoltà oggi nel nuovo quadro storico europeo.

Dobbiamo affermare con forza che c'è differenza tra produzione industriale e di piccola scala. Il legislatore europeo nel momento in cui decide le regole invece non fa distinzione, anzi è molto più sensibile alle lobby dell'industria, la quale per sua natura è organizzata e incide politicamente. Si dice: «Ma è pur sempre vigna e vino, si deve fare massa critica, le produzioni che vengono dagli altri paesi sono potenti, il vino australiano invade l'Europa...» Guardate: dai paesi del Nuovo Mondo venivano qualche anno fa a insegnarci il marketing del vino; ci hanno detto che eravamo inadeguati, che la nuova produzione capiva tutto del mercato moderno. Andate a vedere in Australia cosa è successo in questi ultimi due anni e scoprirete che aver ridotto il vino al livello di una commodity è stato un regresso. Ma intanto l'industria di casa nostra ha potuto alzare la voce e farsi sentire, affermando che l'etichettatura ci mette in difficoltà, che le denominazioni andrebbero allargate, che bisogna fare la denominazione Italia, Francia, e via di questo passo. Questa linea sta distruggendo il vino europeo, gli toglie le radici e lo fa diventare prodotto industriale. Se seguiamo questa strada siamo votati alla sconfitta, se passa questa linea sarete sconfitti voi vignerons, ma saranno sconfitti anche gli industriali.

Voglio fare un commento all'intervento che mi ha preceduto di Alex Kristancic, vigneron sloveno, che ha detto che in tutti i nuovi paesi membri Ue dell'Europa dell'Est c'è una superficie vitata di soli 660 000 ettari, inferiore a quella presente nella sola Italia, e che ci ha esortato a non aver paura della loro concorrenza. Attenzione: i 660 000 ettari dell'Est non fanno paura, ma fa paura il fatto che buona parte di quei vigneti è proprietà di compagnie occidentali, di industriali del chiodo o del tessile che si inventano di essere viticoltori. Migliaia di ettari che ci fanno paura perché sono in mano a gente che farà massa d'urto con quel vino, che sarà vino bulgaro ma peggio di quelli australiani. Eppure costoro sono dentro all'Ue e agiscono con logiche perfide. Parlare di terroir in Bulgaria? Questi non sanno neanche cos'è il terroir, vedono solo la possibilità di andare a speculare. Qui bisogna imporre un discrimine: tra chi produce e chi è sfruttatore.

I contadini non sono ancora tutti sconfitti, si stanno riorganizzando, sapranno reagire e lo abbiamo visto a Terra Madre. Solo la produzione di piccola scala può difendere la biodiversità e il territorio. Io sono in grande amicizia ma in disaccordo con il presidente della Regione Roussillon-Languedoc, Paul Freche, quando nel suo discorso ha affermato che gli ogm sono una soluzione positiva per lo sviluppo dei paesi poveri. Ma come, tu socialista mi fai questo ragionamento? E la giustizia dove la mettiamo? La vera grande ingiustizia si sta perpetrando nei confronti dei contadini dei paesi poveri del mondo, la politica di diffusione degli ogm è criminale perché li consegna allo strapotere delle multinazionali.

Deve essere chiaro a tutti che assistiamo oggi a due fenomeni che cinquant'anni fa non c'erano. Il primo, più drammatico, è la situazione ambientale della nostra terra madre, che è avviata verso un disastro di proporzioni bibliche, non solo per l'aumento della temperature e la scarsità delle risorse idriche. Dopo un secolo e mezzo di tonnellate di prodotti di sintesi il terreno è diventato povero di humus, la fertilità dei suoli sta scomparendo. La più grande ingiustizia è nei confronti di chi verrà dopo di noi. Come si è arrivati a questo? Perché la Natura è diventata oggetto di dominio. Per secoli l'Uomo ne ha avuto paura, era cosciente che il suo destino era legato ad essa. Oggi la Natura è solo una miniera senza fine da cui prendere, come se le risorse fossero infinite; qualsiasi logica iperproduttiva è concepita come giusta. Nessuno che arrivi a capire questo: non c'è solo l'uomo ad avere diritti al mondo, li hanno i fiumi, le montagne, gli ecosistemi. In virtù dei suoi diritti l'uomo sta distruggendo tutto e la Natura da madre diventerà matrigna, e allora sarà troppo tardi.

Se avessimo detto tutto questo dieci anni fa, molti avrebbero pensato che eravamo ambientalisti estremisti; ma oggi ce lo dicono gli scienziati, ce lo dice il clima, gli animali che hanno comportamenti anomali, la vegetazione che fiorisce fuori stagione. O la comunità umana nel suo insieme ne prende atto o il destino dell'umanità è segnato. Quando il segretario generale della Fao afferma che se l'uomo non corre ai ripari è credibile la previsione di estinzione della specie umana fra tre secoli, io tremo, perché nella storia dell'umanità tre secoli è pochissimo, sono pochi minuti rapportati alla vita di una persona. Dobbiamo mettere questo problema enorme davanti a tutto.
E qual'è la vera causa di tutto questo? L'idea che l'economia governi il mondo. Molti di voi diranno «Certo, è normale». Invece questa è una degenerazione dell'uomo moderno: l'economia dovrebbe essere al servizio della comunità, non il contrario. Oikos, questo vocabolo greco che significa casa, dimora, è alla radice dell'etimologia della parola "economia": le regole per governare la casa dell'uomo. L'economia del consumo, del profitto a tutti i costi, distrugge la casa. Dobbiamo collocare nella scala dei valori prima la comunità e poi l'economia. Le economie locali sono state calpestate.

Tutti quelli che mi hanno preceduto hanno detto che la difesa della tradizione non è un ritorno al passato, ma vera modernità; e hanno ragione: non per tornare ad avere paura di un dio malvagio, ma per recuperare la sapienza dei nostri vecchi, che erano molto più bravi di noi. Lottavano per mettere insieme il pranzo con la cena, eppure avevano trovato soluzioni intelligenti e sapevano leggere la Natura. Tornare a quella sapienzialità è la nuova modernità, e si basa sui due pilastri che siamo qui chiamati a discutere: il terroir e la sostenibilità.

Siamo riconoscenti alla Francia per questo termine, terroir, che non è traducibile: non si può dire in nessun'altra maniera, è un concetto complesso, non lineare. E grazie alla Francia per questo, perché ha piegato l'economia all'uomo. Questo fa la differenza.
È stato detto che anche gli industriali usano il concetto di terroir, perchè gli fa comodo. Ma il termine terroir è strettamente collegato al governo del limite, non è una logica che si può piegare a un'economia di mercato. Chi più del vignerons ha il governo del limite? Un vigneron che non ha questa sensibilità è mutato geneticamente lui stesso, ha passato il confine e non ha più il rapporto con il terroir, è infelice, stressato dal produttivismo e dal mercato, più impegnato nel marketing che nella terra. Il governo del limite è la forza economica del terroir.

E' lì che vinceremo contro le multinazionali, perché il limite porta i vignerons a entrare nella sfera affettiva dei consumatori. Ricordo ancora il piacere di quando all'inizio dell'attività di Slow Food visitavo le cantine e conoscevo i vignerons. C'era, e c'è ancora oggi una grande forza che il mondo del vino sa comunicare: l'umanità, il rapporto tra la terra e l'uomo. Si incominciano a conoscere le differenze tra piccoli produttori della stessa tipologia di formaggio... è un po' più difficile scoprire le differenze tra diverse tipologie di cipolle: il vino no, ha queste sfumature facilmente leggibili.
Il vigneron deve essere un leader dell'agricoltura. Voi dovete stare nella complessità di tutto il mondo agricolo, dovete essere leader e fare economia al servizio della comunità, della casa comune. Avete la più potente forza politica dell'Europa e non lo sapete, voi avete la forza perché presidiate i territori. Ma dove prende i voti il politico? Prende i voti da chi c'è sul territorio, e voi dovete cominciare a fare lobby virtuosa.

E ora devo farvi una critica affettuosa: vi manca il concetto di unità. Invece di praticare l'unità nella diversità, voi praticate la diversità nella diversità. Se i piccoli e medi produttori, invece di fare costantemente l'esame del dna ai loro fratelli, fossero più uniti, avrebbero una forza enorme. Non è vero che il mondo industriale è unito, è vero che si unisce al momento giusto. Voi appena fate un'associazione la dividete, subito andate a cercare il motivo per dividervi. Così non si va lontano.

Siamo qui al primo appuntamento dei piccoli viticultori d'Europa, ognuno ha motivo di dire «Quanto è bello il mio paese», ma la diversità deve diventare la forza dell'unità, perché a Bruxelles ci ascoltino e i consumatori diventino complici vostri senza lasciarsi blandire dalla pubblicità. È una forza unica in Europa. Penserete: «E adesso come faremo?» Scambiamoci opinioni, conosciamoci, stabiliamo un patto di amicizia e poi passo dopo passo raggiungeremo la potenza d'urto in grado di far capire che il mondo contadino ha ancora i piedi saldi nella terra. Strada facendo questa identità di unità nella diversità la renderemo feconda, a patto che ci sia questo valore civico.

Penso al famoso motto della rivoluzione francese, Liberté egalité fraternité: quest'ultima è sempre stata la sorella più povera, e la fraternità, che è uno dei tre pilastri, è il momento di praticarla, perché fa superare le divergenze di opinione. Se il mondo rurale terrà presente il concetto di fratellanza potrà salvarsi. E l'Europa dovrà ascoltarci, prima o poi.
 
     
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